Informazioni, notizie e racconti, sempre aggiornati, su questa casa "fuori dal tempo", che è la mia prima dimora a Cagliari oltre che la mia prima esperienza di vita da solo! Mi raccomando: commentate, commentate e commentate!


^ h e r e - i n - m e r e l l o - 6 7 - w e - t h i n k - i t ' s - p o s s i b l e ^

--------------------------------------------------------------------------------------------------------
Visualizzazione post con etichetta cronaca-viaggi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta cronaca-viaggi. Mostra tutti i post

mercoledì, dicembre 20, 2006

s o g n o

In questi giorni mi sento strano. Sono felice in fondo e a parte i dubbi e i rimpianti (o rimorsi? Devo chiederlo a un'amica...) che saltano fuori di tanto in tanto, intermittenti, come penso sia normale per qualsiasi essere umano della mia età, ho comunque un qualcosa dentro che a livello più profondo mi fa stare... non so come dire... "strano".

Complice dev'essere il mio modo di vivere la vita un po' artificioso... Il separare "cicli di vita", lo scindere periodi lunghi della mia esistenza. Un tempo si trattava sempre, in questi casi, di tagliare i ponti con il passato e di ri-inventarmi (parola che va di moda...). Quello che invece mi caratterizza ora, che caratterizza questo "ciclo", è una voglia di riscoprire me stesso.
Come ho raccontato nell'ultimo post, si tratta ora di disegnare su una nuova tela, ma con ben presenti le esperienze del passato. E quindi forse è proprio questa tela bianca che si riempie piano piano di elementi, ma che soffre di un senso di vuoto, la cosa che mi da questo senso di incertezza.

Io da anni scrivo in un diario, che più che un diario è un epistolario. Sono lettere scritte a un'entità che sempre di più con gli anni ha preso forma assumendo un'identità nota. La MIA. Era a me stesso, il me stesso "del futuro", che scrivevo. Andando contro il consiglio di qualcuno, ma rispettando quello che infine sia la "vecchia identità" che la "nuova" avevano deciso, le ultime pagine sono state infine scritte "dalla nuova identità alla vecchia". E' stato un prendere le redini del mio presente e futuro. Ma è stato anche un tagliare i ponti, forse, proprio come in passato avevo fatto. Scelta che proprio ora sto criticando un po'.
Ma lasciando perdere ragionamenti che non mi portano al dunque e che sono in fondo troppo personali anche per questo apertissimo blog, voglio tornare appunto al mio presente.

In questi giorni ho avuto altri flashback dal passato. I ricordi si sono fatti forse più distanti? E' strano, perché sono venute a galla immagini che credevo di aver perso e che mi sono davvero rallegrato di aver ritrovato, ma forse il tempo mi ha fatto pagare un piccolo prezzo per questo... E tutte le immagini sono diventate un po' sfuocate. Ma di nuovo; bando ai rimugginamenti e arriviamo al sodo... Quale notte sarebbe stata più adatta per raccontare un pezzo unico del mio passato, se non questa notte, in cui ho rivisto i due primi mitici film delle Tartarughe Ninja, i miei miti dell'infanzia?? Mi sono immaginato di nuovo li in quel cinema, forse il primo che vedevo, e mi sono reso conto di quanto le immagini di quel film mi avessero sicuramente marchiato a fuoco. Le strade buie della notte, le fogne... Ma una grande città: New York.
Un ricordo che è quasi un sogno è riemerso... Avevo forse 4 anni quando siamo passati per New York in uno dei viaggi la cui meta principale era il Messico. Ero stanco morto, forse avevo anche il mio braccio fasciato e legato per un brutto taglio al dito, e stavamo andando in taxi verso la stazione ferroviaria centrale (o verso l'aeroporto? Che fortuna che tutti questi dettagli li posso sempre chiedere a mia mamma e mio papà!). Mi ricordo distintamente che prima di addormentarmi, con la testa forse reclinata sul grembo di mamma, guardavo dal finestrino... E incantato di fronte ai grattacieli che illuminavano la notte di Manhattan ho visto una forma bellissima, il maestoso Chrysler Building, tutt'ora il mio grattacielo preferito, emblema di un qualcosa che sento mio. Poco dopo mi sono addormentato e comodamente per me e scomodamente per i miei, mi sarò fatto trasportare in braccio fino a destinazione, svegliandomi poi attivissimo come era mio solito e con gli occhi spalancati di fronte a chissà quale meraviglia, visto che tutto era meraviglia di fronte ai miei occhi.

New York ha avuto un'altra comparsa decisiva nel mio destino anni dopo. Era il 2001 ed era Giugno. Avevo usato tutta la mia diplomazia, che padroneggio fin da piccolo, per convincere i miei genitori a passare per New York. Il mio scopo segreto: incontrare in un caso fortuito, a cui forse potevo credere solo con la mente di allora (chissà, magari invece sarò sempre così...), la donna dei miei sogni, Natalie Portman. Avevo stampato in gran segreto a casa mia una sua foto e l'avevo accuratamente piegata per farla stare nel mio portafoglio. Nelle ore prima della partenza, ancora a casa a Borgofranco, avevo fatto questa operazione con una determinazione "rituale", sicuro di me e di quello che stavo facendo! Di quell'incontro, o meglio, di quel NON-incontro, parlerò un'altra volta... Ma ora voglio mettere nuovamente per iscritto il fatto che durante quella brevissima permanenza a New York mi ha segnato di più.

Stavo scrivendo sul diario, in bagno. Era la nostra prima notte in albergo. Ero tutto immerso in me stesso, come spesso mi capita in viaggio, ed ero eccitato e allo stesso tempo languidamente soddisfatto di quel fantastico regalo che la mia vita mi stava facendo. Ero nel posto dei miei sogni. Andando a letto, dopo aver dato la buona notte ai miei, tutto felice, devo essere restato sveglio ancora un po', pensando a quello che mi aspettava, pensando chissà che cosa... Pensando forse a quello che avevo scritto nel diario, un riassunto degli ultimi due anni in cui quelle pagine non erano più state sfogliate e non avevano visto l'ombra di una penna. Erano stati i due anni più importanti della mia vita... In quel momento erano tali. Avevo preso decisioni e fatto cose che mi spaventavano ed eccitavano allo stesso tempo. Con questi ed altri pensieri mi sono addormentato. Da li in poi, il mio cervello è stato capace di donarmi un'esperienza fuori dal comune.

Un sogno. Un sogno lunghissimo. Come se tutta la notte avessi sognato ininterrottamente lo stesso sogno. Era come un film... Ed era la mi vita.

Tornato a casa dopo l'estate si viveva allo sbando, io e i miei amici: posti bui e nascosti... In città, non più in paese... Si rideva in vicoli bui e si sputava per terra, maledicendo il posto per quanto era freddo in tutti i sensi, ma gioendo in fondo della vita spensierata e piena di trasgressione. Sempre in coppia io e Rodi il mio migliore amico, frequentiamo posti strani, scabrosi. Saloni in cui si festeggiava senza sosta e in cui si rimaneva fino a notte fonda a volte restando anche soli... Una notte in preda all'alcool, una ragazza che ricordava una vecchia compagna di scuola, decise di farci provare a turno nuove sensazioni e così raggiungemmo quel nostro grande obiettivo... Perdere la verginità a 15 anni per me e 16 per lui... Esterrefatti per quella grande esperienza vissuta insieme, il nostro legame si fortifica ancor di più e passiamo insieme ormai tutti i giorni e le notti. Casa mia non si vede mai. Siamo sempre in giro e come guardando dei notiziari, ogni giorno sentendo i nostri amici ne sentivamo di stranissime, di sconcertanti... Ogni giorno succedeva qualcosa di strano. Qualcuno dei nostri amici già aveva la patente e aveva fatto un brutto incidente... Qualcun altro si trasferiva per non tornare mai più... Qualcun altro finiva ancora peggio. Di fronte a tutti gli avvenimenti che sentivamo, dopo l'iniziale inebetito stupore, si reagiva un po' con indifferenza e con un senso di rassegnazione. Del resto tutto stava cambiando... Noi del resto eravamo cambiati e facevamo cose assurde, quindi tutto era normale, tutto era possibile. Ed ecco che un giorno lo scenario cambia e ci troviamo nel giardino di casa mia, vicino ai garage. Siamo con due loschi tipi che ci stanno probabilmente vendendo del fumo e tutto a un tratto arriva la polizia. Non si sa bene come i due tipi riescono a svignarsela, mentre noi due veniamo presi. Io riesco in qualche modo ad apparire subito innocente, ma Rodi no, forse lo stavano già cercando. In quel momento arriva correndo mio padre che in escandescenza fa qualcosa che non doveva fare e finisce anche lui in manette. Rodi e mio padre in carcere. La vita diventa sempre più cupa. Casa la vedo ancor meno di prima. Ora di fronte a tutte le notizie non reagisco più con forza, ora i cambiamenti sembrano tutti schifosi. La vita è una merda. Questa frase ricorre più volte d'ora in avanti: "La vita è una MERDA!". La città la si abbandona per un po'... E' diventato pericoloso farsi vedere troppo in giro. Vado a una festa di paese dove ci sono alcuni amici. Ma mi sento solo e fuori luogo. Solo una persona sembra aver voglia di starmi vicino, è una ragazza. Una ragazza che più che la vera Valentina A., sembra la Valentina A. che solo io immaginavo... Una ragazza tenera e sensibile che dopo aver perforato quella corazza che sicuramente mi ero costruito per proteggermi da quel mondo ostile, mi fa sentire libero di sputare fuori tutto quello che avevo dentro... E così accompagnandomi a casa, dalle parti della stazione, ci fermiamo e le racconto tutti i fatti che erano successi in quel periodo e come mi sentivo. Infine mi rendo conto di quanto bene mi stava facendo parlarne, li, appoggiati a quel monumento intestato a non ricordo chi... E le dico: "Solo tu riesci ancora a mettermi allegria, anzi che rabbia"... "Rafael... Baciami..."... Seguì un bacio "etereo", un fantasma di un bacio... Brevissimo, sfuggente, come quello che può sognare un ragazzino che non ne ha mai dato uno davvero, e subito sostituito da un abbraccio molto meno timido, passionale e da tanti altri baci sul collo, misti a lacrime forse di entrambi. "Voglio stare insieme a te, Vale!"... "Se è quello che vuoi... Ma io preferirei averti come il mio migliore amico di sempre..."

Così, con un nuovo sentimento, un amore, come al solito corrisposto molto a fatica, si concluse il sogno più lungo della mia vita. E insieme ad esso, ancora non lo sapevo, UNA PROFEZIA... Perché quel sogno ha descritto due anni che dovevano ancora venire... Abbiamo frequentato davvero quei posti bui, abbiamo frequentato davvero quei saloni dove si facevano feste assurde... Era UGUALE il salone (che ancora al tempo del sogno non conoscevo) dove avrei dato il mio primo bacio quell'anno che doveva ancora venire ed era uguale il posto che frequentavamo in sogno a quello che avremmo frequentato ogni sabato dell'anno che doveva ancora venire. Dei nostri amici fecero davvero un incidente in macchina e rimasero molto tempo in ospedale (quelli che sopravvissero) e noi davvero vivevamo la cosa con quelle strane sensazioni... I miei si sono separati e quello è equivalso al carcere per mio padre... Infatti non lo vedevo più se non una volta alla settimana. E infine da mia madre ci stavo davvero poco, perché stavo in giro fino a tardi, come in sogno. Solo Valentina non è mai stata come in sogno se non forse da poco ora che ci penso. L'ultima volta che ci siamo visti prima del mio trasferimento... Abbiamo pianto assieme come in sogno anche se non eravamo abbracciati appassionatamente, ma comunque sia ha avuto un ruolo simile, perché dopo quel discorso con lei mi son sentito liberato e mi son sentito nuovo.

Un sogno... Tutto in un sogno...

martedì, giugno 20, 2006

v i a g g i o

Sabato 10 Giugno, ore 20:20:
Mio cugino di secondo grado Andrea mi chiama al cellulare, ci eravamo visti anche la sera prima, andando in giro per vari locali a festeggiare la sua laurea. E' davanti al bancone degli alcolici: a un mio "si" avrebbe fatto spesa e mi avrebbe portato in discoteca a Villasimius accompagnadomi sulla sua Smart Roadster... Devo solo fregarmene che sono un po' stanco, un po' disilluso dalle discoteche, quella in particolare, e dire di si. Dico di si.
Ed è subito viaggio. Inzia a casa mia con la foga dei preparativi, tornato appena in tempo dalla mensa. La musica mi mette il buon umore, si preannuncia una serata bella.
Andiamo prima a trovare gli altri amici e a berci i primi sorsi del cocktail vodka e succo di frutta opportunamente preparato. E si parte.
La cappotte della piccola sportiva si abbassa e la bottiglia si stappa. Musica che pensavo di ascoltare solo io ormai, fa irruzione con tutta la sua potenza, i suoi bassi, i vocalismi e la velocità di un ritmo sfrenato nello spazioso, perchè per 2 peronse, abitacolo. La sintonia fra noi, che ci riscopriamo parenti in un senso quasi più metafisico e forte del solito, si può tagliare con il movimento delle mani, mani alla ricerca di vento e di vita, di emozioni. Siamo lungo la costa e viaggiamo verso una serata che a quest'ora, a metà bottiglia fatta fuori, potrebbe anche non esserci perchè la bellezza del viaggio l'avrebbe già rimpiazzata. La luna si staglia sul mare, piena e selvaggia. L'odore di mediterraneo soffoca anche quello dell'alcool del cocktail e la musica si fa sempre più esaltante fino a quando prende il posto della poeticità e la voglia di ballare e di divertirsi diventa un'evolzuione di tutte le emozioni provati, un punto di arrivo giustamente desiderabile. La serata si preannuncia MEMORABILE.
Il cocktail volge al termine al contrario del disco, ma la parole fine è messa dal freno che ci fa sostare accanto agli altri al distributore: è divertimento ed è pazzia, ma la cosa più bella è che la coscienza cede... cede... cede... sono già dentro. non c'è nessuno di familiare intorno a me, ma cammino, viaggio, seguo la musica e la gente. Trovo delle amiche... amiche... amiche... dove sono?.. non le vedo più... ci stavo ballando... sulla sedia è difficile... salgo sul tavolo... mi aiutano?.. si mi hanno dato una mano... "come ti chiami?" chiedo... "D_____A"... "Rafael"... si balla... stretti... parole... mie... sue... mie... sue... cosa stò dicendo? boh... eppure è normale... è tutto normale... scendiamo... ragazza interessante... odddio è in shorts jeans... ora sono lucido, sarà stata la visione? Cavolo è fidanzata, sempre a me capitano... vabbè, ma alla fne sembro piacerle e lui non c'è. Basta adesso andiamo lontano dalla gente a parlare. Che bello stranamente non ho voglia di fumare. E' piacevole parlare con lei, mi sento quasi legato a lei, uno strano affetto. Le mie mani l'abbracciano e accarezzano senza quasi che io me ne renda conto. La bacio sulle guance, lei non dice niente, non mi guarda mai negli occchi, ci stiamo raccontando mezza vita. Ho voglia di baciarla... No forse mi ha respinto un po'. Cavolo è bella. Le mie mani corrono dentro la sua maglietta. "Perchè mi hai messo le mani dentro la maglietta?"... Non rispondo. La sento abbandonarsi. Ci baciamo. Tante volte. Arriva mio cugino... E' contento per me , che roba! Mi sembra di avere davanti un mio fratello che non ho. Mi stavano cercando tutto il tempo. Ora sono rassicurati.
La serata va avanti insieme a D. ballando, parlando e con tutto il resto... Chi l'avrebbe mai detto che poi saremmo diventati amici? Boh, forse avrei preferito altro, ma alla fine la serata è stat bellissima. Il ritorno all'alba in mezzo alla musica... Nn ero mai stato così contento al mio risveglio! Nuova carica per la settimana e il venerdì e il sabato dopo non sono stati da meno! Ho voluto ripetere l'esperienza andando allo Zelig nell'altra costa alll'inaugurazione ed è stat anche quella una bella serata che ora non racconterò...
Soo solo che "in mezzo" a tutto ciò ho conosciuto una persona con cui stavo parlando fino a poco fa e che mi ha fatto battere il cuore. Poco dopo mi sono sentito in dovere di raccontarloa una persona che mi aspetta in Messico senza neanche avermi mai visto di persona. E la sua rezione, le cose che ha detto... Sembravano di un saggio di altri tempi, non di una sedicenne. Mi sono quasi commosso.
Questi ultimi giorni sono stati un viaggio e fra i migliori della mia vita.
Un viaggio nel tempo, a ritroso verso i vecchi divertimenti e un viaggio nel futuro, verso delle cose grandi e importanti, che sembrano delle salite interminabile, ma che saranno fatte, gardino per gradino, sino al raggiungimento della cima.
Che dire? Chiudo e vado a leggermi un viaggio che pur non essendo mio è stato importante comunque... Il viaggio della "Capricciosa Strada delle Arance"...
Arrivederci a tutti e BUON VIAGGIO!

lunedì, aprile 24, 2006

t i m e

"Time goes by... So slowly..."

Con questa colta citazione e un ultimo sorso di birra completamente sgasata, fondino di 24 ore fa, mi appresto a scrivere per ripiego, ma anche a causa di molta, moltissima ispirazione.
Ripiego perchè devo aspettare l'alba, in quello che si appresta ad essere l'ultimo (o almeno spero) "after" di una lunga serie, che probabilmente si spiega come lo sfogo di una voglia ancestrale di stare sempre sveglio che mi accompagna fin da piccolo e che solo ora che vivo per i fatti miei posso infantilmente sfogare.
Ispirazione perchè il tempo oggi si sta rimescolando davanti a me come per darmi dei messggi. Messaggi che erano intessuti nella trama del tempo, in pieghe e tasche dimenticate, inosservate e inutilizzate.

Non so quando è iniziato, durante la giornata, questo strano rimescimento di ricordi. Probabilmente accettando la paziente guida di Bruno per imparare a battere un servizio a beach volley: la volontà di scassinare quel lucchetto che bloccava questa mia capacità. Un'azione così semplice per molti, ma che a me risultava quasi impossibile. Dopo un po' di pratica scopro che non è poi così difficile e che potenzialmente posso farlo anche bene. I pensieri correvano alimentati da quei bambini che visibilmente prendevano per il culo... correvano verso i tempi in cui lo sport mi si presentò davanti e grazie alla mia inettitudine sociale, me lo feci sfuggire alle prime difficoltà, dimostrando questa scarsezza di spirito di competizione che tuttora mi contraddistingue.
Il rimando temporale si fa ben più ristretto quando invece arriva la sorpresa in chat di una persona che forse stavo già allontanando dalla mia mente, senza una ragione valida, sempre a causa di questa mia scarsa voglia di misurarmi che mi impedisce nello sport. Questa persona è invece ancora in grado di darmi delle emozioni. E ancora ho sentito la rara, stereotipata, scontata e allo steso tempo meravigliosa sensazione di "averla sempre conosciuta". Sensazione che mi spinge a condividere con lei cose semplicemente intime perchè conosco già e allo stesso tempo desidero la sua reazione. Un futuro scintillante si disegna nei meandri più sognatori (quali non lo sono?) della mia testa con la tipica vernice metallizzata che va di moda nel mio cervello per rappresentare i desideri... Una vernice che può essere facilmente graffiata e sfregiata in modo orribile. Ma è il prezzo che si paga per la bellezza.
Arriva Francesco a casa, trovandomi ancora intento a sbranare famelicamente, ma nella pratica a mangiare a rallentatore, una bella bistecca.
Ci guardiamo il così tanto chiaccherato "Caterina va in città" e mi tornano in mente gli anni bui di casa mia. Ricordi fugaci di colpe, colpe e colpe. Ma del resto non mi posso colpevolizzare, non io solo; anche se la tentazione c'è ed è ben motivata e argomentata.
Fra se ne va, dopo aver ricordato momenti passati, che rievocherò ancora più materialmente in seguito, poco prima di scrivere.
E' arrivato il momento della solitudine: io, il mio unico e inimitabile computer e la lampada accesa, comprata di proposito uguale a quella che avevo a Ivrea, prima a Borgofranco, perchè io sono un tipo molto elastico...
Si parla con mio cugino Edo di piani per domani sera ai quali ora rabbrividisco (visto che sarò stanchissimo). Si parla con il Messico, con la famiglia, la RAZA: si parla con mio cuginetto Julian, che tanto cuginETTO ormai non è, sedicenne e navigato come pochi. Si parla della famiglia. Le ultime novità, il clima, le frasi, le sentenze, gli umori. Sono entrato a casa mia in Messico per una attimo. Ho assistito alle scene. Ho sentito la gioia, la tristeza, la vergogna, il clamore, l'indignazione, il dolce chiasso. Mi è venuta una voglia di Messico che forse solo un uomo su questa terra ha già provato. E ho la fortuna di possedere il libro in cui la descrive. Si tratta ancora di "Omeyotl, Diario Messicano" di Carlo Coccioli. Una persona che sarebbe diventata a dir poco mia amica se avessimo avuto modo di vivere negli stessi tempi. Avevo parlato oggi pomeriggio, di quanto con questolibro abbia scoperto effettivamente la mia identità messicana. Ebbene, come ci si può aspettare da un classico, il libro aveva anche oggi che l'ho letto (secondo me) più volte, qualcosa da dirmi, da raccontarmi e da insegnarmi. A volte mi sembra di leggere una mia vita precedente, a volte invece un'arcana enciclopedia di una branca di conoscienza nascosta ai più e invece a me accessibile. Solo oggi leggo un'altra grande, pesante verità:
Nessuno è più chiuso in se stesso che il Messicano "en su cabal juicio"

Nessuno è più chiuso in se stesso che il Messicano che non ha bevuto. Il Messico "se mata a pausas": si uccide a poco a poco.
Continua a delinearsi sempre più marcatamente questa concezione della vita, o meglio della morte, tipica del Messico e che scopro anche tipica mia. Il bere diventa il mezzo per aumentare il dolore.
Ha trovato il paese del dolore lucido, rassegnato, quasi felice; felice nel senso che non è pepetuamente, come avviene altrove, respinto dalla rivolta; è un dolore che l'istinto della folla accetta perchè lo sente inevitabile; vi s'è talmente abituati che non si potrebbe vivere, quasi, se non lo si provasse nella carne e nello spirito, vero nutrimento di un popolo che non ne ha molti altri. ... S'accorge che la folla messicana, l'autentica, quella che non frequenta i grandi alberghi per turisti frettolosi, s'abbandona sistematicamente, e con un umore atrocemente divertito, a un processo, sicuro quanto sottile, d'autodistruzione.


Qualcuno fra gli sparuti lettori (so già chi) potrebbe pensare a questo brano come a un'allarmante dichiarazione di pericolosa arretratezza sociale...
"Un paese di gente che beve come l'autore nei momenti peggiori??" bisognerebbe provvedere se si volesse tirar su il paese... no, l'autore non intendeva fare denunce e scriveva (lo so) queste righe con grande rispetto e tenerezza.
In vena anch'io di estasiarmi di fronte a immagini di tenerezza, esco dalla lunghissima permanenza in bagno per scartabellare nell'archivio delle email che custodisco gelosamente. Dal 2000. Da quando avevo 13 anni.
Seguo i link che trovo qua e la e arrivo alla pagina dove avevo pubblicato il mio primo programma. Che programma non era... Per inerzia vado a vedere tutti i programmi pubblicatiin seguito. Uno di questi ha un voto intorno all'8,47. L'ho votato: è salito a 8,52. Una delle email di quel periodo è l'aggiornamento sulla classifica della settimana dei programmi per BeOS. Il mio BeReset si è trovato per una settimana al 4° posto. Attimi di gloria indimenticabili per un tredicenne che le email dipingono ora come in forte ricerca di successi e di conferme. Un'infantilità? Forse no. Forse era una condizione molto più normale di quanto ora mi è sembrato.
Ma c'era qualcosa di quelle email che pensavo di aver perso per sempre: gli allegati codificati in base64: serie di simboli indecifrabili lunghi pagine e pagine. Erano in origine immagini. Mi sono adoperato e ho compiuto quello che mi sembrava impossibile: li ho decodificati e ho potuto ricreare file di 6 anni fa che erano stati perduti. Ho rivisto il mio ambiente di "lavoro"... la programmazione... una delle esperienze che mi hano formato. E allo stesso tempo mi hanno precluso qualcos'altro.
Mi son ricordato del mio viaggio a Grenoble poco prima di iniziare la prima superiore: in quella bellissima cittadina ero assorto in mille pensieri. Eppure ero riuscito a programmare a tavolino il suddetto ben votato programma. Esperienza lodevole, ma perchè invece non ho sfogato quei miei pensieri? Perchè quando ho avuto la possibilità di andare in giro a conoscere la gente, ho preferito conoscere astratti linguaggi di programmazione? Devo lamentarmi oggi quando dopo 5 anni di superiori la ragazza di cui ero innamorato i primi 2 anni mi dice che per lei sono come un libro scritto in arabo? Si, posso piangere. Posso solo piangere.

Il tempo non scorre così lentamente come dice Madonna.

Infatti tra due ore e mezza potrò presentarmi a lezione. Ma qualcosa mi dice che entrerò in ritardo.
Finirò quindi questa attesa crogiolandomi in ricordi, inebriandomi dei loro profumi, dalle note passionali, e restando infine in stasi, fermo, a sopportare felicemente il dolore del vivere "matandose a pausas".

Free Image Hosting at www.ImageShack.us
.
.
.

mercoledì, aprile 19, 2006

d e r v i s h

[Non ho mai scritto forse con emozioni così fresche e pronte ad essere espulse, come in una danza mortale a ritmo di trance]

Mi sono illuso nuovamente e in mezzo al silenzio ho incassato le parole che non mi aspettavo come dei calci prima in faccia e poi allo stomaco con me a terra.

Subito musica, subito tristezza, ma non era questo il caso.
Ora ho messo "la terna": le canzoni che ascoltavo nel 2003 in scooter, quando avevo 16 anni compiuti da poco, in prima liceo classico.
Si erano da poco lasciati i miei, era marzo, ma ora mi viene in mente il periodo di Aprile.

Track 1:
Corro per Ivrea, verso l'uscita, il vento mi entra nelle maniche, sto andando verso casa, LA casa, sono anche un po' incazzato, ma DENTRO a un livello profondo. Fuori sono solo un circuito in cui corre energia a un clock esagerato, la musica mi entra dentro alla velocità con cui sto scrivendo queste parole, una velocità furiosa come quella a cui sto andando, con le nvole che corrono in direzioni contrarie come tutto. Tutto corre in direzioni contrarie mentre sul finire del ritmo mi avvicino al tornante che mi porta verso Montalto, FINE

Track 2:
E' la mia preferita, in tanti mi hanno detto che mi "rappresenta": che ci sono IO dentro questa musica, che si sente la mia voce e io ora me lo immagino: sono io queste note. Ecco che avanzano. Stanno chiamando, si stanno almentando, stanno urlando e...
IMPENNO. E' corsa sfrenata verso casa, senza pensare, solo sentendo e agendo come un animale che corre libero per una prateria.
C'è un attimo i pausa nella melodia "sempre uguale" che poi è estremamente varia. Ecco un altro semaforo rosso che mi fa pensare che sto aspettando solo per un'ncredibile compassione nei confornti di un mondo che potrei tranquillamente distruggere.
Ecco che avanza. AVANZA IL RITMO. Avanza il sentimento e sta per scattare il verde. Ecco. CULMINE. IMPENNO
E di nuovo via, già fuori dal paese, in terra di nessuno, i pensieri stanno cercando di rincorrermi, ma sono troppo veloce, forse scappo
FINE

Track 3:
Ecco Borgofranco si avvicina. Questa canzone alla festa Claudia la metteva sempre, dal mio stesso lettore quello che mi sta offrendo quest'emozione enorme. "Perchè la metteva?" Mi chiedo, manon mi rispondo. Preferisco ascoltare le belle note senza pensare a quella corruzione dall'esterno. Una barbarie scegliere questa canzone quando non se ne intende la MATEMATICA. La grazia. Il ME che c'è dentro di lei anche qui. Pervado queste onde come se fossi la stessa forza che le tiene insieme.
ECCO IL SUONO. Il riassunto di un discorso lungo 16 anni. Un riassunto di 16 anni in meno di 6 note.
Un messaggio verso l'infinito: SONO IO. Sono TORNATO A CASA. Ultima curva, asono passato dall'interno senz quasi cagare questi caseggiati che ho sempre visto. Ecco che rallento per godermi di più la melodia anche se sto entrando ora nel garage... piano... piano... ma mi fermo, mi devo fermare. E' quasi finita.
Finisce con l'inizio di un qualcosa che io non avrò mai. FINE.


Stavo ora veramente ascoltando le tre canzoni e ho scritto durante il tempo che sono durate, seguendone il ritmo. E stavano ora svolgendo la stessa funzione: sto scappando dal mio pensiero. E' effettivamente musica di "fuga", ma ora invece la trasformo in un inseguimento di un qualcosa che voglio esprimere.
E che esprimerei molto meglio se fossi davvero un "dervish". Vorrei ballare in mezzo a luci strobo armato di spade laser e tagliare tutto, senza rabbia, senza rancore, con una pace assurda che solo la trance può innescare, perchè del resto non c'è rabbia: è solo la storia che si ripete, gli errori che tornano.
Non c'è nulla di grave: è un trampolino questa furia, per uscire fuori dal buco e correre veramente liberi, facendo tutte quelle cose che la quotidianità mi impediscono di fare. Tutte quelle cose che DEVO fare e che ora finalmente VOGLIO fare.
Non c'è nulla ora che può trattenermi. Prima c'era forse qualcosa da raggiungere, ma sranamente mi sento più incitato così: senza nessun obiettivo che non sia IO.
FINE. (Track 17)

La famosa "Track 3", quella che si chiama così, non la terza della terna, imperversa ora nella sua sfortunata condizione di distorsione irreversibile.
Anche così è bellissima e anche così mi fa gioire.
Come in Unreal quando esci dalla prigione-astronave schiantata e ti incanti di fronte al paradiso alieno, ora guardo fuori dalla finestra e vedo quello che ridendo e scherzando è stato il mio sogno di una vita.
"Let's make our dreams come true" dice il remix più bello che sia mai stato fatto sulla più bella canzone di Megaman X, un gioco che più che essere il mio preferito mi ha eletto a suo preferito.
Ora è meglio approfittare di questi ritmi incoraggianti e indirizzare in modo costruttivo questa furia.
CONTINUA.


Ecco la terna più "la vera Track 3":
- Track 1
- Track 2
- Track 3
- The Real Track 3 (distorta: non ascoltare ad alto volume!)

venerdì, febbraio 24, 2006

t r a n s

Titolo dai vari significati per questo post anomalo...
E' "trans" il post stesso, perchè pur essendo un post di merello67, viene scritto da cuniberti14, ossia la mia residenza eporediese (ossia di Ivrea, mia residenza dal 2003 al 2005).
Ma a questo carattere "trans" del post ci ho pensato dopo...
L'istinto di scrivere trans mi è venuto dopo essermi guardato allo specchio: sembro proprio un trans: ieri notte anzi che mascherato ero infatti dipinto (da Darth Maul... non so se avete presente: Star Wars I) e prima di coricarmi mi sono dovuto togliere i chili di fondotinta rosso e nero, ma non se n'è andato il contorno occhi che mi ero fatto per sembrare ancora più strano.
Cosa dire della permanenza a Ivrea? Qui sembra tutto come sempre. SEMBRA. In realtà vai a grattare un po' e scopri dei dettagli nuovi (o vecchi, ma precedentemente sconosciuti). Cambiano soprattutto le persone, o meglio, le vite quotidiane delle persone.
L'università cambia un po' tutti, dicono. Sto ancora cercando di capire se il discorso vale anche per me. Sono portato a credere che abbia più che altro cancellato dei cambiamenti che avevo subito in precedenza, facendomi ritornare quello di prima. Una cosa molto positiva. Del resto l'ho sempre detto che io ero fatto per l'università. Già alle medie sapevo che le superiori alla fine non mi sarebbero piaciute quanto l'università. Ma del resto stiamo parlando di una persona che ha vissuto in circostanze molto particolari...
Ed è proprio di questo che prima si discorreva: le cirocstanza plasmano gli individui. Chi più, chi meno.
Alcuni miei amici hanno preso una strada diversa, altri invece hanno corso di più sulla strada che già avevano preso.
Secondo il mio caro "coinquilino", io sono ACQUA: prendo la forma del recipiente e non si può conoscere la mia vera forma perchè non c'è.
Credo che sia andato vicino alla verità. Almeno sul fatto che non mi si possa conoscere. Sul fatto però che io non abbia una forma... beh, del resto lui stesso l'ha detto in tono preoccupato: non è una bella cosa. E non credo sia così, anzi.
In compenso è vero che un sacco di altre persone hanno una forma molto ben visibile. E io sono un maestro nel memorizzarne i particolari e inciderli in un bel catalogo che ho in testa... ma sia chiaro: non sono uno che "si fa un'idea delle persone e quella è e rimane"... nossignore! Io intuisco la dinamicità della vita e delle persone e mi sembrerebbe quasi blasfemo catalogarle, ma io infatti non catalogo le persone. Catalogo delle "forme".
E' per questo che poi con un lavorino di immaginazione "guidata" riesco per esempio a dire: "Cavolo, scommetto che quella ragazza mi sta pensando e che ci troveremo molto bene assieme, al punto di rischiare guai". E notare che la ragazza in questione non ha mai avuto grossi rapporti con me, anzi: quasi non ci conosciamo.
Eppure questa pura congettura fantasiosa si è dimostrata vera al 100%. In classe mi davano infatti del medium o giù di li. Ma il segreto sta tutto nella sensibilità per capire tutti quei particolari delle persone che stanno un po' sotto la superficie e nell'immaginazione per creare vari scenari ipotetici. Alla fine si dedurrà quale di queste ipotesi è la più verosimile.
E' un po' troppo simile al metodo scientifico, vero? Può essere.
Di Ivrea comunque non parlerò più: qui l'ADSL è a tempo e non vorrei gonfiare troppo la bolletta di mamma... A presto!

mercoledì, novembre 23, 2005

p a r r a n d a

Premetto un bel "tiè" a chi mi dette della ragazzina rocckettara per la fissa sui titoli in inglese: stavolta si cambia e si passa allo spagnolo messicano... E chè titolo!

Una "parranda", spesso sinonimo di "lunada" (parola più intutivamente comprensibile per un italiano) è appunto una "notte sotto la luna". Si tratta di un'attività prettamente maschile in cui oltre al gruppo di amici non possono mancare due altri elementi: la chitarra e la tequila...

Nel linguaggio "metropolitano" odierno la si potrebbe rassomigliare a un "after", ma non ha niente a che vedere con gli after che si tendono a fare di questi tempi.
Se infatti l'after è una specie di ricerca di una vittoria sul proprio fisico e sull'ordine, la "parranda" o "lunada" è più una rassegnazione alla sconfitta che la vita rappresenta: un abbandono piùttosto che un inseguimento.
Citerò ora dal libro Omeyotl (di Carlo Coccioli):
Ora non posso non pensare alla luna immane, luna divorante, ch'era l'elemento imperiosamente principale d'una "lunada" offertami da un gruppo di amici in un villaggio dello Stato di Jalisco: per salutarmi prima che lasciassi il Messico.
Come vedete si parla della "lunada" come di un regalo, una cosa offerta con affetto come si potrebbe parlare di un'amiciza; ma forse Coccioli non si stupirebbe se la paragonassi a una molto femminile proposta d'amore... Lui che del Messico capì benissimo la diffusa femminilità che contraddistingue il suo popolo. I partecipanti sono infatti (o lo diventano cammin facendo) uomini uniti , almeno temporaneamente, da un legame affettivo che un italiano, così come un qualsivoglia altro indivuduo ignorante riguardo i messicani, potrebbe facilmente scambiare per un sentimento equivoco, tanto è forte e "sconveniente".
Dove arrivammo? Al bordo d'una specie di mare. Era una vallata riempita di notte, di luna. Immensa, e pareva un mare, o una bocca. La luna diventava latte. Cani invisibili abbaiavano. V'era qualcosa che somigliava a una minaccia, ma quanta dolcezza, com'era bello! Ci sedemmo sul suolo arido, fra gli sterpi. Avevano portato tre chitarre e molte bottiglie di tequila e di aguardiente. Comiciarono a cantare alla luna: senza guardarla. [...]
Luna da fin del mondo: in ciò che è autenticamente messicano, americano, v'è sempre un presagio d'Apocalisse. [...]
E tutto, quella notte, finì com'era naturale che dovesse finire: con una terribile, solenne ubriacatura. Perchè perfino l'ebrezza, in Messico e in America, è larga e profonda. E con molte lagrime, con molta turbolenza, con un numero infinito di lusinghe e di minacce...
E qui mi fermo, e invito tutti quelli che hanno percepito un piccolo riferimento alla mia vicenda personale a un attimo di raccoglimento...
Appare chiaro infatti che io queste cose le abbia nel sangue (e non perchè le abbia lette): invito tutti a voler fare questo atto di fede di ammettere che le differenze culturali esistono a un livello MOLTO profondo... oserei dire GEOLOGICO... e che queste riguardino parti così inconsciamente profonde da sembrare caratteriali.
Ebbene, io, che a differenza di quanto le mie parvenze potrebbero voler dare ad intendere, sono anche (e soprattutto[?]) messicano, porto con me anche la "parranda", che trovandosi però a doversi esprimere non certo in un mare di notte e luna, tra UOMINI e musica, ma in un mare di alte case e lampioni, tra DONNE e sussurri, si trova come un pesce fuor d'acqua, trasformando colui che doveva essere il "beneficiario" in una "vittima", in gabbia, come un fenomeno da baraccone, esposta a sputi e insulti.
...Con un morto, a volte, o addirttura con due. La vera e propria "parranda" è più una sembianza di morte - una forma di suicidio - che un piacere di vita. Con quelle sue tre funebri A, "parranda" è parola allegra ma tragica: è un termine degno di don Francisco de Quevedo y Villegas, autore della Historia de la Vida del Buscòn. Due Spagne ha accettato il Messico delle tante Spagne di cui è pieno il mondo: la cattolica e la picaresca. Ha preso le Spagne migliori: quella che vive morendo e quella che vivendo muore. Io, quella notte in Jalisco, sentii la morte e la vita mescolarsi, sotto la luna.
E con questo passaggio voi tutti vi sentirete come davanti a un muro insormontabile e che, anche se sormontabile lo fosse, non avreste voglia di scavalcare. Qualcuno penserà "Che bello...", qualcun altro "Mamma mia...", e qualcun altro ancora magari "Spero che l'autore non prenda sul serio queste cose...", ma per una volta anzi che dire come sempre "Non avete capito niente", dirò "Va bene". I vostri pensieri sono infatti legittimi e i miei non esplicabili nelle righe che mi potrebbero essere concesse da questo blog.

Vorrei concludere però in modo un po' più pragmatico, risparmiandovi altre allusioni su cui, se ben mi conoscete, saprete che vi invito comunque a non riflettere.
Il lato oscuro di cui parlavo è esploso per motivi molto più estesi di quelli che bene o male potrebbero essere spiegati in questo post, ma sicuramente è vero che di "parrandas" non se ne possono fare in condizioni diverse da quelle "canoniche", pena lo sfociare in atrocità.
Concludo quindi con una questione aperta: se la mia cultura (o assenza di cultura) mi rende incompatibile con così tante cose e persone, alcune delle quali sono anche cose e persone acui tengo molto, devo cambiare? Cosa devo fare? Devo rinnegare, combattere, esiliare parti di me stesso?

Per adesso risposte non ce ne sono, ma rimane un'ombra di un piccolo desiderio: vedere di nuovo quell'immensa e feroce luna tropicale che da piccolo mi faceva tanta paura...


Abelardo Pulido - Entrega Total
: cantata da Luis Miguel