Con questa colta citazione e un ultimo sorso di birra completamente sgasata, fondino di 24 ore fa, mi appresto a scrivere per ripiego, ma anche a causa di molta, moltissima ispirazione.
Ripiego perchè devo aspettare l'alba, in quello che si appresta ad essere l'ultimo (o almeno spero) "after" di una lunga serie, che probabilmente si spiega come lo sfogo di una voglia ancestrale di stare sempre sveglio che mi accompagna fin da piccolo e che solo ora che vivo per i fatti miei posso infantilmente sfogare.
Ispirazione perchè il tempo oggi si sta rimescolando davanti a me come per darmi dei messggi. Messaggi che erano intessuti nella trama del tempo, in pieghe e tasche dimenticate, inosservate e inutilizzate.
Non so quando è iniziato, durante la giornata, questo strano rimescimento di ricordi. Probabilmente accettando la paziente guida di Bruno per imparare a battere un servizio a beach volley: la volontà di scassinare quel lucchetto che bloccava questa mia capacità. Un'azione così semplice per molti, ma che a me risultava quasi impossibile. Dopo un po' di pratica scopro che non è poi così difficile e che potenzialmente posso farlo anche bene. I pensieri correvano alimentati da quei bambini che visibilmente prendevano per il culo... correvano verso i tempi in cui lo sport mi si presentò davanti e grazie alla mia inettitudine sociale, me lo feci sfuggire alle prime difficoltà, dimostrando questa scarsezza di spirito di competizione che tuttora mi contraddistingue.
Il rimando temporale si fa ben più ristretto quando invece arriva la sorpresa in chat di una persona che forse stavo già allontanando dalla mia mente, senza una ragione valida, sempre a causa di questa mia scarsa voglia di misurarmi che mi impedisce nello sport. Questa persona è invece ancora in grado di darmi delle emozioni. E ancora ho sentito la rara, stereotipata, scontata e allo steso tempo meravigliosa sensazione di "averla sempre conosciuta". Sensazione che mi spinge a condividere con lei cose semplicemente intime perchè conosco già e allo stesso tempo desidero la sua reazione. Un futuro scintillante si disegna nei meandri più sognatori (quali non lo sono?) della mia testa con la tipica vernice metallizzata che va di moda nel mio cervello per rappresentare i desideri... Una vernice che può essere facilmente graffiata e sfregiata in modo orribile. Ma è il prezzo che si paga per la bellezza.
Arriva Francesco a casa, trovandomi ancora intento a sbranare famelicamente, ma nella pratica a mangiare a rallentatore, una bella bistecca.
Ci guardiamo il così tanto chiaccherato "Caterina va in città" e mi tornano in mente gli anni bui di casa mia. Ricordi fugaci di colpe, colpe e colpe. Ma del resto non mi posso colpevolizzare, non io solo; anche se la tentazione c'è ed è ben motivata e argomentata.
Fra se ne va, dopo aver ricordato momenti passati, che rievocherò ancora più materialmente in seguito, poco prima di scrivere.
E' arrivato il momento della solitudine: io, il mio unico e inimitabile computer e la lampada accesa, comprata di proposito uguale a quella che avevo a Ivrea, prima a Borgofranco, perchè io sono un tipo molto elastico...
Si parla con mio cugino Edo di piani per domani sera ai quali ora rabbrividisco (visto che sarò stanchissimo). Si parla con il Messico, con la famiglia, la RAZA: si parla con mio cuginetto Julian, che tanto cuginETTO ormai non è, sedicenne e navigato come pochi. Si parla della famiglia. Le ultime novità, il clima, le frasi, le sentenze, gli umori. Sono entrato a casa mia in Messico per una attimo. Ho assistito alle scene. Ho sentito la gioia, la tristeza, la vergogna, il clamore, l'indignazione, il dolce chiasso. Mi è venuta una voglia di Messico che forse solo un uomo su questa terra ha già provato. E ho la fortuna di possedere il libro in cui la descrive. Si tratta ancora di "Omeyotl, Diario Messicano" di Carlo Coccioli. Una persona che sarebbe diventata a dir poco mia amica se avessimo avuto modo di vivere negli stessi tempi. Avevo parlato oggi pomeriggio, di quanto con questolibro abbia scoperto effettivamente la mia identità messicana. Ebbene, come ci si può aspettare da un classico, il libro aveva anche oggi che l'ho letto (secondo me) più volte, qualcosa da dirmi, da raccontarmi e da insegnarmi. A volte mi sembra di leggere una mia vita precedente, a volte invece un'arcana enciclopedia di una branca di conoscienza nascosta ai più e invece a me accessibile. Solo oggi leggo un'altra grande, pesante verità:
Nessuno è più chiuso in se stesso che il Messicano "en su cabal juicio"
Nessuno è più chiuso in se stesso che il Messicano che non ha bevuto. Il Messico "se mata a pausas": si uccide a poco a poco.
Continua a delinearsi sempre più marcatamente questa concezione della vita, o meglio della morte, tipica del Messico e che scopro anche tipica mia. Il bere diventa il mezzo per aumentare il dolore.
Ha trovato il paese del dolore lucido, rassegnato, quasi felice; felice nel senso che non è pepetuamente, come avviene altrove, respinto dalla rivolta; è un dolore che l'istinto della folla accetta perchè lo sente inevitabile; vi s'è talmente abituati che non si potrebbe vivere, quasi, se non lo si provasse nella carne e nello spirito, vero nutrimento di un popolo che non ne ha molti altri. ... S'accorge che la folla messicana, l'autentica, quella che non frequenta i grandi alberghi per turisti frettolosi, s'abbandona sistematicamente, e con un umore atrocemente divertito, a un processo, sicuro quanto sottile, d'autodistruzione.
Qualcuno fra gli sparuti lettori (so già chi) potrebbe pensare a questo brano come a un'allarmante dichiarazione di pericolosa arretratezza sociale...
"Un paese di gente che beve come l'autore nei momenti peggiori??" bisognerebbe provvedere se si volesse tirar su il paese... no, l'autore non intendeva fare denunce e scriveva (lo so) queste righe con grande rispetto e tenerezza.
In vena anch'io di estasiarmi di fronte a immagini di tenerezza, esco dalla lunghissima permanenza in bagno per scartabellare nell'archivio delle email che custodisco gelosamente. Dal 2000. Da quando avevo 13 anni.
Seguo i link che trovo qua e la e arrivo alla pagina dove avevo pubblicato il mio primo programma. Che programma non era... Per inerzia vado a vedere tutti i programmi pubblicatiin seguito. Uno di questi ha un voto intorno all'8,47. L'ho votato: è salito a 8,52. Una delle email di quel periodo è l'aggiornamento sulla classifica della settimana dei programmi per BeOS. Il mio BeReset si è trovato per una settimana al 4° posto. Attimi di gloria indimenticabili per un tredicenne che le email dipingono ora come in forte ricerca di successi e di conferme. Un'infantilità? Forse no. Forse era una condizione molto più normale di quanto ora mi è sembrato.
Ma c'era qualcosa di quelle email che pensavo di aver perso per sempre: gli allegati codificati in base64: serie di simboli indecifrabili lunghi pagine e pagine. Erano in origine immagini. Mi sono adoperato e ho compiuto quello che mi sembrava impossibile: li ho decodificati e ho potuto ricreare file di 6 anni fa che erano stati perduti. Ho rivisto il mio ambiente di "lavoro"... la programmazione... una delle esperienze che mi hano formato. E allo stesso tempo mi hanno precluso qualcos'altro.
Mi son ricordato del mio viaggio a Grenoble poco prima di iniziare la prima superiore: in quella bellissima cittadina ero assorto in mille pensieri. Eppure ero riuscito a programmare a tavolino il suddetto ben votato programma. Esperienza lodevole, ma perchè invece non ho sfogato quei miei pensieri? Perchè quando ho avuto la possibilità di andare in giro a conoscere la gente, ho preferito conoscere astratti linguaggi di programmazione? Devo lamentarmi oggi quando dopo 5 anni di superiori la ragazza di cui ero innamorato i primi 2 anni mi dice che per lei sono come un libro scritto in arabo? Si, posso piangere. Posso solo piangere.
Il tempo non scorre così lentamente come dice Madonna.
Infatti tra due ore e mezza potrò presentarmi a lezione. Ma qualcosa mi dice che entrerò in ritardo.
Finirò quindi questa attesa crogiolandomi in ricordi, inebriandomi dei loro profumi, dalle note passionali, e restando infine in stasi, fermo, a sopportare felicemente il dolore del vivere "matandose a pausas".

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